



Va’, mangia con gioia il tuo pane e bevi il tuo vino con cuore lieto
(Ecclesiaste 9,7)
Eccoti, ora sei solo sulla strada. Il nero della notte è rotto solo dai fari che tagliano la strada lungo la linea piatta che porta a Tbilisi. Hai tradito Colchide, tua patria natia, per chimere che non riconosci e ora te ne andrai orfano per il mondo.
Tutto ti sarà ostile quando cercherai di contrastare la tua Madre. Non te ne accorgerai dal principio, ma fuori da queste terre te ne scorderai completamente. Dimenticherai te stesso e la tua stessa esistenza e poco alla volta le sirene con il loro canto silenzioso ti incanteranno, servendoti per il gran finale il rimpianto di quello che avevi e non hai saputo tenere.
Sei andato nel niente e lì sempre resterai.
Quando avrai perso tutto ti sentirai vuoto, non avrai più sicurezze. Improvvisamente dubiterai di cosa sia il buono e cosa sia il bello, andrai a ricercare un angolo di quella che ora chiami con sicurezza natura, vorrai con il tuo genio ricrearla e, quando la riconoscerai, tutto sarà perduto. Scoprirai il giudizio e lo userai per nascondere le tue incertezze. Anche il cibo, il vino, gli uomini avranno necessità di definizioni per essere riconosciuti.
Ma in momenti come questo, quando sarai solo con la notte, la nostalgia comparirà dall’angolo e con una lama affilata ti porterà il ricordo della tua terra dell’abbondanza. Perduta, rinnegata, dimenticata.
Ora ricordi lucidamente. Tutto era tutto: il cibo, il vino, gli uomini, l’armonia non avevano nome, c’erano e basta, così come l’aria non serviva pensarla per respirarla. Hai lasciato i frutti negli alberi, il vino nei qvevri e i tuoi fratelli a cantare da soli.
Tutto è perduto.
Tutto.
Gaumarjos.

