Sitivit in te

anima mea

 

Pian dell’Orino

Di smarrimenti in sacre selve, erranze etimologiche, fughe e cadenze, inciampi metafisici, affinamenti spirituali e meditazioni in rovere

 

 

Il chiaro del bosco è un centro nel quale non sempre è possibile entrare; lo si osserva dal limite e la comparsa di alcune impronte di animali non aiuta a compiere tale passo. È un altro regno che un’anima abita e custodisce.
(Maria Zambrano)

 

Non sappiamo se Montalcino derivi il suo nome da Mons Ilcinus o da Mons Lucinus, se fosse cioè un colle ricoperto di lecci, come suggerisce lo stemma comunale, oppure la sede di un bosco sacro dedicato alla dea Lucina, protettrice del parto come la Thalna etrusca, sua antenata, che certamente dimorava in queste terre. Una dea, Lucina, che già nel nome porta alla luce, quella stessa luce che definiva in latino i boschi sacri – i luci, la cui memoria è custodita ormai solo dalla toponomastica di alcune località di nome Luco sparse nell’Italia centrale – delimitandone l’ombra attraverso i chiari improvvisi in cui si interrompono i sentieri (del bosco e del pensiero, echeggiando immagini filosofiche da Heidegger a Zambrano).
Errare nella lingua non è così diverso dal girovagare nel mondo, si attraversano le parole come i paesaggi, lungo strade che si incrociano, si confondono, portano lontano, sembrano perdersi, ma alla fine quasi sempre riconducono a casa.

Così ci ritroviamo nel luogo da cui siamo partiti, su un colle chiamato Montalcino, che ci dice da sempre di sacre presenze arboree e di luce. Una terra che conserva l’eredità sacra anche in epoca cristiana, quando viene calpestata per secoli dai piedi sporchi e malconci dei pellegrini che percorrono la Via Francigena, diretti a Roma. Gli stessi pellegrini e soprattutto gli stessi piedi, sudici, che verranno ritratti da Caravaggio in scandaloso primo piano davanti alla porta della Madonna di Loreto.
È facile immaginarsi quei viandanti, di passaggio nei pressi di Montalcino, sostare nell’abbazia di Sant’Antimo a pregare, in qualche locanda a ristorarsi, bevendo il vino che da secoli si produce in queste terre – chissà com’erano diverse le vigne, chissà che sapore, che odore aveva il vino allora…

 

Caravaggio, Madonna dei Pellegrini o di Loreto, Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio, Roma (1604-1606), olio su tela

 

Primi Vespri

 

“Vieni, mio Diletto,
usciamo nei campi, passiamo la notte nei villaggi.
Di buon mattino andremo alle vigne,
vedremo se la vite germoglia, se sbocciano i fiori,
se fioriscono i melograni.
Là ti darò le mie carezze!”

“Come sono belli i tuoi piedi nei sandali,
figlia di principe!
Le curve dei tuoi fianchi sono come monili,
opera di mani d’artista.
Il tuo ombelico è una coppa rotonda
ove non manca mai vino aromatico.”

(Cantico dei Cantici)

 

Anche Jan Erbach, come Heidegger, è originario del Baden e camminatore della Foresta Nera.
Anche lui, come i pellegrini medioevali, ha percorso la sua personale Via Francigena partendo da Karlsruhe, dove è nato, passando per la Francia, in cui ha lavorato diversi anni, per arrivare a Montalcino, dove
ha conosciuto Caroline Pobitzer, pellegrina anche lei, benché il suo sembri piuttosto il viaggio di una principessa inquieta che dal castello rinascimentale di famiglia, nella regione più tedesca d’Italia, sia giunta fra declivi di viti e ulivi in cerca di profili più dolci e orizzonti più larghi, dove continuare a coltivare l’amore per la vigna come faceva con la vite secolare del paterno ostello.


Compieta

 

We all came out to Montreux on the Lake Geneva shoreline
To make records with a mobile – we didn’t have much time
Frank Zappa and the Mothers were at the best place around
But some stupid with a flare gun burned the place to the ground
Smoke on the water, a fire in the sky.
(Deep Purple)

 

Quando li incontriamo, Caroline ci racconta che Jan è appena rientrato dal suo annuale appuntamento in montagna con due amici d’infanzia, quest’anno «due giorni pazzi su un ghiacciaio in Svizzera e la sera, senza nemmeno farsi la doccia, dritti al Festival di Montreux».
«Bisogna andarci almeno una volta nella vita» continua Jan, che tra un aneddoto e l’altro – quella volta che mentre suonava Frank Zappa ha preso fuoco l’edificio – spiega che l’unica cosa che oggi lo infastidisce è la moda retrò imperante, per cui «gli Stones devono fare ancora un concerto, i Led Zeppelin un altro concerto, la Fiat deve rifare la 500, la Volkswagen ripropone il Maggiolino… Tutti guardano indietro, questo esprime una voglia di trovare stabilità nel passato».

Sotto le parole, note di violoncello: nello stereo Mischa Maisky esegue le sonate di Saint Saëns. Accanto alla «musica pazza», come la definisce Caroline, Jan ascolta molta musica classica. Se si ha la fortuna di entrare nella loro cantina si nota subito, elemento estraneo, uno stereo. Se si potesse accedervi nei giorni giusti, quelli impossibili, si potrebbe trovare Jan, solo, circondato dalle sue amate botti, immerso da ore nella musica e nei pensieri.

 

Lodi

 

Che cosa sono i fiori?
Non senti in loro come una vittoria?
La forza di chi torna come da un altro mondo
e canta la visione. L’aver visto qualcosa
che trasforma per vicinanza, per adesione a una legge
che si impara cantando, si impara profumando.
(Mariangela Gualtieri)

 

La propensione di Jan al raccoglimento e alla riflessione emerge anche nel suo rapporto con i tempi della vigna. «Molti sicuramente preferiscono la vendemmia, invece a me non piace, è stressante; preferisco la fase precedente, la quiete prima della tempesta, quando posso ritirarmi a pensare, trovare delle soluzioni per non stare davanti al bivio delle scelte senza essere preparato. Non mi piace mai cadere nell’insicurezza. Quest’anno è accaduto, perché la vendemmia è arrivata presto, mentre nel 2010 la preparazione è stata lunga, la ricordo bene: stavo lì con i miei pensieri e provavo una sensazione di equilibrio. Poi è venuta la vendemmia, una delle più belle che abbiamo mai fatto.»

La chiarezza interiore come condizione per poter accogliere la bellezza del fare, anche se certe azioni con il tempo diventano automatiche e meno fertili per lo spirito. «La potatura contiene in sé un meccanismo e il meccanismo non è mai emotivo.»

Non a caso la stagione vegetativa che preferisce è la fioritura. «È bellissima. È anche una fase delicata, soprattutto la partenza mi crea sempre tensione, perché c’è il pericolo di un’ultima gelata, ma la fioritura non viene più cancellata. L’unico peccato potrebbe essere la pioggia, ma non è così grave: mentre piove si sente meno il profumo dei fiori, ma quando smette si sente di più.»
La visione della vigna che sboccia non è l’unica a emozionarlo. «Non c’è niente di più bello che vedere fiorire il melo cotogno.»
Chissà se quel pittore spagnolo, filmato da Victor Erice ne
Il sole della mela cotogna, è riuscito a dipingere, in primavera, l’albero del suo giardino.

L’amore per il mondo vegetale e la biodiversità nutre da sempre un’altra passione di Jan, il giardinaggio: coltiva rose antiche, frequenta vivai specializzati, come il giardino mediterraneo di Olivier Filippi, e ha un debole per le piante di piccole dimensioni, «meno si vedono e più gli piacciono!» lo prende in giro Caroline.

 

 

 

Terza

 

Illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stesso è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto d’intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! è questo il motto dell’Illuminismo.
(Immanuel Kant)

 

Non fosse per la passione per il rock, Jan sembrerebbe un uomo del Settecento, insieme poeta, filosofo e scienziato, che guarda la natura con occhio botanico, ma è anche capace di emozionarsi come Werther e Lotte per il profumo che esala dalla campagna umida dopo un temporale primaverile.
Soprattutto, degna del miglior Illuminismo è la sua fiducia nella capacità dell’uomo di emanciparsi attraverso la liber
tà di pensiero. Anche in agricoltura.

«L’industria ha ridotto l’agricoltore in uno stato di dipendenza, che non ha niente a che fare con la vita sociale che vorrei. Non vedo pace in una società in cui pochi vogliono possedere e dominare tutto, e vale anche in agricoltura: mi chiedo spesso come si possa capire il funzionamento di un prodotto se lo si compra in una tanica con un’etichetta sopra, invece di andare a cogliere un po’ di ortica, di achillea, di equiseto e preparare lo stesso prodotto a casa, anche meglio. Esiste questa dipendenza, invece dovremmo avere più libertà e più fiducia nelle nostre idee. La libertà ti offre la possibilità di scegliere una strada o l’altra e quando ti trovi davanti a un bivio ti senti male, quindi devi essere deciso, saper sopportare e trovare ogni giorno le risposte, invece di procrastinare le scelte e poi delegare la tua indecisione a qualcun altro, che decida per te. Per molti agire in questo modo è più semplice, dà una sensazione di tranquillità, ma in realtà porta alla condizione che Kant definisce Unmündigkeit, uno stato di minorità autoinflitta, a cui molti si condannano.» 

 

Sesta

 

«Ci troviamo di fronte a questo bivio. Io non ho nulla contro la produzione industriale, se è praticata in modo rispettoso. Agricoltura e industria devono servire all’uomo per il suo benessere, oltre metà della vita nel mondo si svolge nelle città e l’agricoltura lì non esiste, dobbiamo accettare la realtà. Esistono molte persone socialmente svantaggiate che non possono permettersi di acquistare una bottiglia di Brunello, per questo il nostro Rosso di Montalcino non costerà mai molto; anche se riusciamo a venderlo bene e potremmo aumentare il prezzo nella logica di mercato, non lo facciamo perché alla base c’è un’idea, quella di chiedere il prezzo medio che un lavoratore guadagna all’ora. Così come per il Piandorino, concepito come un vino per far conoscere il Sangiovese, che anche uno studente possa permettersene una bottiglia, quindi ci serve una forma di industria che fornisca quantità maggiori a un prezzo più ragionevole per le persone che non possono permettersi tutto. Ha anche un valore sociale, dobbiamo pensare anche a loro e mi dispiace ma non posso nemmeno raccogliere a mano chicco per chicco e poi chiedere 15 euro per il Brunello, solo per dare soddisfazione a chi non può permetterselo, altrimenti posso chiudere fra qualche mese. Quindi bisogna pensare a un modo economico, ma che sia sempre al servizio di un’idea valida.»

 

Nona

 

«Per me la vita sociale è sempre importante, la cultura in generale, perché prova a mettere insieme idee diverse creando uno spazio in cui tutti possano convivere. Questa è cultura per me, mettere insieme cose diverse in modo equilibrato. Dobbiamo accettare una realtà e creare il meglio possibile con questa realtà. Il 90% dei vini si vende nei supermercati e se vogliamo migliorare lì la qualità e il servizio alla gente, dobbiamo anche accettare certi aspetti che non ci piacciono a priori, come le dinamiche industriali. Personalmente non sono contrario alle catene che vendono anche vini biologici, che magari non sono di grande qualità, ma preferisco comunque che si trovi a prezzi bassi un vino bio, che la gente può permettersi, invece che un vino totalmente industriale a due euro, che è imbevibile e avvelena. Noi abbiamo fatto un’altra scelta perché secondo me il terreno di Montalcino è adatto per fare qualità unica, ci sono solo quattro o cinque posti al mondo dove riescono, forse, a fare qualcosa di simile, per cui siamo in una posizione privilegiata.»

 

Vespro

 

Sofia porse il calice a Eros, e questi lo porse agli altri. Tutti assaggiarono la bevanda divina e sentirono, nel loro intimo, con gioia indicibile, il saluto amichevole della madre. Ella era presente a ciascuno, e la sua presenza misteriosa sembrava trasfigurare tutti.
(Novalis)


[Ascolti consigliati: Il Flauto Magico di Mozart per i non credenti, una cantata di Bach per i credenti, per gli indecisi l’uno e l’altra]


A volte una domanda improvvisata si rivela quella giusta, come una parola d’ordine ignota e non cercata, che apre le porte di un tempio.
Chiedere a un produttore di vino di parlare del suo senso del sacro può dare accesso al suo regno più segreto e sotterraneo, in cui custodisce il segreto della creazione. Veniamo condotti fuori dal dominio della parola, nella sfera dell’ineffabile, fatta di segni e sensazioni, di antichi gesti e simboli eterni che preannunciano ciò che ci attende: la discesa sotto terra, l’ingresso in uno spazio circolare, già sacro nella forma, l’oscurità, il silenzio, l’umidità in cui rimbombano i sussurri e tutt’intorno il grande abbraccio delle botti, apparentemente dormienti, disposte in due cerchi concentrici, ciascuna con il suo vivo contenuto atto a divenire.
Lucina è la Dea adatta a proteggere questi luoghi di lenta e delicata gestazione.

Jan distribuisce a ciascuno un bicchiere, poi ci guida fra le botti, si ferma davanti a quella che cercava e come un sacerdote si appresta a officiare il rito.
Per un attimo il tempo resta sospeso insieme al fiato, l’emozione consapevole che accompagna i momenti solenni; poi, in fila, uno dopo l’altro, secondo un preciso ordine che nessuno ha stabilito, come se conoscessimo quei movimenti da sempre, ognuno si avvicina a ricevere la risposta. Il silenzio viene rotto dal suono del liquido che sgorga per qualche secondo, poi tace, scorre nel calice successivo, si ferma, si lascia di nuovo scivolare e attende, per quattro volte, quattro mani, quattro bicchieri. L’operazione si ripete, uguale nei gesti e nei modi come ogni rito che si rispetti, per quattro volte, quattro botti, quattro vini risvegliati dal loro riposo e assaggiati in divenire:

Brunello di Pian Mussolino 2009,
Brunello di Castelnuovo 2009,
Brunello di Pian Mussolino 2010,
Brunello di Castelnuovo 2010.

Fra una processione e l’altra, un tempo fuori dal tempo, in cui ciascuno resta solo con il vino, i suoi sensi e il suo senso del divino.

Al termine del pellegrinaggio fra le botti, l’opera al rosso conclusiva: la prova di assemblaggio. L’unione alchemica dei due vini, il passaggio rituale da un calice all’altro, la sensazione di essere parte di qualcosa che non so dire.

«Spero di averti risposto, la spiritualità si può anche assaggiare.»

 

 

 

Liturgia delle ore

I paragrafi sono scanditi secondo la liturgia delle ore, che fino al 2015 ha animato l’abbazia di Sant’Antimo, cantata in gregoriano dalla piccola comunità monastica che vi risiedeva.

©Senses 2024

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Dove non segnalato, le immagini sono opera di ©Francesco Orini.

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